Ho traslocato!

trasloco

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 A presto!

Giuseppe


Social Media Timing: quando è meglio conversare

Mettiamo che abbiate scelto la vostra piattaforma social e avete ben chiaro cosa dire e a chi. A questo punto non rimane che rispondere alla domanda: quando è meglio pubblicare i propri aggiornamenti?

Sappiate che non vi salverà una risposta secca ma in questo caso può venirvi in aiuto un modus operandi, ma ci torneremo alla fine.
L’infografica elaborata da Argyl Social mostra alcuni dati di sicuro interesse per aumentare la performance delle nostre conversazioni su Facebook e Twitter. Le tendenze aggregate sono il risultato di un’osservazione condotta su un segmento di clienti che ha generato 250k post e 5M di click.

Quello che emerge era prevedibile, molti marketers conversano con i loro target (brutto termine ma tant’è) quando sono in ufficio; ma mentre loro sono seduti sulle loro poltrone di pelle (magari) chi li ascolta dall’altra parte del monitor?

Le risposte sono diversissime ma l’infografica ci viene incontro dividendo la comunicazione in quella BtoB ed in quella BtoC. Sorpresa? Non proprio perchè ovviamente l’efficacia delle nostre comunicazioni (misurata in termini di engagement) varia a seconda delle abitudini di chi ci ascolta (o vorremmo lo facesse).

Il nocciolo della questione è che sono proprio le abitudini di utilizzo dei social che vanno individuate, osservate, studiate per ogni singolo target obiettivo.

Se ci rivolgiamo ad un target di adolescenti che va a scuola perchè postare su Facebook la mattina? Non è sbagliato, solo non è opportuno specialmente se ragioniamo in termini di massimizzazione dell’engagement. Gli esempi potrebbero essere moltissimi.

E arriviamo al nostro modus operandi. Non è consigliabile affidarsi alla prima statistica di utilizzo che troviamo su google per decidere quando comunicare. Piuttosto il nostro timing è funzione del tipo di messaggio, del brand, della nostra audience, della piattaforma social… solo l’osservazione ed i test ci consentono di individuare i nostri momenti aurei per incontrare e condividere con profitto i nostri contenuti sui social.

Quando comunichiamo ricordiamoci allora di ragionare sempre come un utente, un cliente, un fan, un dipendente… e non come un freddo social transponder.

Se avete trovato questo post interessante condividetelo sui vostri social, si ma non sbagliare il timing ;))
CUSOON


Social Media: presenza strategica e cambiamento indotto

Avere un proprio angolino nel mondo dei social è semplice. Ma arredare il proprio spazio con “gusto” è cosa ben più complessa. Della serie esserci è una cosa, saperci stare con tutti i crismi digitali un’altra. Esistono realtà che per loro natura si adattano meglio all’ambiente 2.0 pensate per esempio ai siti di e-commerce, ai brand hi-tech… Molti marchi costruiscono abilmente, passo dopo passo, strategie social efficaci riuscendo ad instaurare conversazioni e relazioni con gli utenti. Molte realtà nel contempo faticano, stentano, falliscono e qualche volta battono in ritirata. I motivi possono essere diversi e vanno, ad esempio, da un’idea di business poco adattabile alle nuove forme di comunicazione, passando per quelle realtà che commerciano in prodotti destinati a target meno “informatizzati”, per finire con chi sui social proprio non avrebbe diciamo “interesse” a starci ma la moda… ma questo sarebbe un altro post. 
La buona notizia è: niente paura! perchè se vogliamo possiamo cambiare, adattarci, migliorare in un’ottica puramente lamarkiana, per chi mastica un po’ di teoria dell’evoluzione. 

Ciò che spesso viene trascurato prima di salire su una piattaforma è con quanta forza i social media tendono a stimolare il cambiamento in pressochè ogni dipartimento interno all’azienda. 

E’ proprio quell’aspetto neo-mediale che dà valore ed efficacia alla presenza del marchio sui SM che è in grado di influenzare e persino guidare l’innovazione nella comunicazione verso l’esterno.
Questo cambiamento, quando viene auspicato nella sua necessità e preseguito nel concreto, aiuta un’impresa a crescere nella misura in cui costringe a ripensare il proprio rapporto con gli stakeholder e a riconoscere un ruolo più attivo ai propri clienti nella costruzione della brand equity. Cambiare si può, cambiare si deve. E’ sempre stato e sempre sarà così da che mondo è mondo, pena la fine dell’Impresa per sopravvenuta incapacità di cogliere… il cambiamento. 

Chi cambia, perchè, in che modo? Se avete esperienze da condividere, testimonianze di innovazioni entusiastiche nei processi, reticenze incomprensibili che inducono a risultati “social” sconfortanti ecc. raccontatelo. 

Condividere le proprie esperienze, condividere le proprie riflessioni è ricchezza per tutti.
Alla prossima!




Ecco l’iPhone 5. Ma chi dice wow?

L’attesa è quella che solo l’uscita dell’ultimo gadget della Apple sa creare. Da Cupertino sono stati ben attenti a non lasciar trapelare alcun indizio, ma il mistero ha fomentato voci e rumors provenienti dagli angoli più vari del pianeta mediatico, in una finzione che ha alimentato ipotesi e aspettative, illuminando un mito già splendente di luce propria.
12 settembre 2012. Alle prime luci dell’alba, lo Yerba Buena Center di San Francisco è pronto per ospitare il Keynote di Apple. L’attesa è finita. Qualcuno pensa alla faccia che avrebbe avuto Steve Jobs con il nuovo gioiellino in mano; al suo posto c’è Tim Cook nuovo numero uno di Apple che inizia il suo intervento sfoggiando dati su vendite, market share… numeri da far girar la testa. Sul palco le cravatte sono bandite da un po’, le camice sono fuori dai pantaloni, tutto è stilosamente informale, il proscenio è privo di orpelli quasi a voler evitare che occhi e commenti si distraggano anche solo un istante da ciò che è tutto fuorché superfluo, ovvero quella tecnologia che Apple ha asservito all’idea, al sogno, al mito.

Da quando Jobs rientrò alla Apple il mondo è progressivamente diventato la vetrina pulsante di tutti i prodotti della mela. In una sorta di product placement senza confini, effigi della mela morsicata appaiono ovunque. Chiunque vendendo la sua App pubblicizza i gadget della mela, e tutti hanno una App o meglio “C’è una App per tutto”. Un vanto accomuna tutti i possessori di un qualche gadget della Apple: credere di essere dei power-user. I Mac addicted, chi più chi meno, sono utenti legati ai loro device da un rapporto affettivo ed emozionale, persino di gratitudine. Il mito cresce, viene alimentato, curato nei particolari apparentemente più insignificanti e marginali. Un’arte esercitata sapientemente da comunicatori e marketeer.

Negli ultimi anni, però, è cresciuta anche la concorrenza di aziende come la Samsung che sforna dai suoi opifici futuristici veri e propri portenti tecnologici. Android ha guadagnato rapidamente quote di mercato fino a diventare il sistema operativo per smartphone più diffuso.

In questa vera e propria guerra delle vendite, Apple non intende perdere il proprio primato fatto di tecnologia, di misticismo e soprattutto quel premio di prezzo che ha contribuito a farla diventare quel gigante finanziario, che in piena crisi, ha capitalizzato in borsa più di tutte le banche europee messe insieme.

Mantenere il tasso di innovazione all’apice significa produrre device sempre migliori e ciò richiede sforzi ingenti in termini economici e per Apple creativi al limite del visionario (è così che ci ha conquistato). Se aggiungiamo che tutti i prodotti convivono in un quadro fortemente integrato com’è il mondo Apple, tutto si complica ulteriormente. In ogni keynote la meraviglia in persona ha trasformato l’oggetto in ambizione per milioni di potenziali acquirenti. Ma cosa succede se signora Meraviglia invecchiando perde smalto o se si assenta?

Dicesi Wow Effect l’intensa entusiastica reazione che la platea ha durante la presentazione del nuovo iPhone5. Ops, in realtà a detta dei più, l’effetto wow è proprio quello che è mancato l’altra sera a San Francisco e qui la nota dolente. Il nuovo iPhone5 infatti è un’evoluzione di quello precedente ma non presenta innovazioni rilevanti: iOS6, un nuovo processore, è più sottile e più leggero, ha un display retina d 4″, wi-fi più veloce. Ieri la Meraviglia non c’era. Sono sicuro che la Apple scalerà le classifiche di vendite ma in futuro riuscirà a meravigliare ancora? Riusciremo tutti noi, aggiungo storditi da cotanta tecnologia già posseduta e solo frazionalmente utilizzata per incapacità o inconsapevolezza, a meravigliarci ancora di più?
E’ verosimile che i consumatori, stimolati anche da una crisi in grado di far evolvere i consumi, considerino con maggior consapevolezza il rapporto prezzo/utilità basando maggiormente su di esso le loro scelte di acquisto?

Di seguito, trovate diversi grafici interessanti in relazione a quanto detto e alla fine una simpatica parodia del nuovo mela-fonino.

Un saluto a tutti i lettori del blog.

Global Apple iPhone sales from 3rd quarter 2007 to 3rd quarter 2012 (in million units)

Fonte Statistica.com: http://goo.gl/FhT55

Global market share of leading smartphone operating systems in sales from 1st quarter 2009 to 2nd quarter 2012

Fonte Statistica.com: http://goo.gl/SQaqM

iPhone 4S part costs breakdown compared to Nokia Lumia 900 illustrate Apple’s insane margins. Fonte iMore: http://goo.gl/TTkqJ

Link consigliati:
https://www.google.com/finance?client=ob&q=NASDAQ:AAPL
http://www.apple.com/iphone/


Tu chiedi e McDonald’s risponde

Chi almeno una volta non ha condiviso quel dubbio “tremendo” che attanagliava Isabel M. tanto da indurla a scrivere direttamente sul sito di McDonald’s Canada: “Why does your food look different in the advertising than what is in the store?” ovvero, “Io facevo la fila alla cassa e già pregustavo con gli occhi quel meraviglioso panino strabordante di ogni delizia ma… questo che m’avete dato è tutta un’altra cosa! Macchè niente niente m’avete fregato?” 
Ed ecco che spunta l’incantevole Hope Bagozzi, direttore marketing di McDonald’s Canada che con un “bè se mi volete seguire vi mostro qualcosa di interessante…” ci conduce, in punta di piedi, negli studi fotografici di Watt International per un behind the scene nel quale mostra come vengono realizzate le meravigliose foto che vediamo in tutti i ristoranti del marchio. 
In una narrazione che assume tratti romantici, un cheesburger passa dalle mani di uno scrupoloso food stylist a quelle attente e professionali del photographer. Ogni ingrediente è posizionato con gesti avveduti. 
La luce degli spot viene dosata per esaltare forme e colori del glorioso panino. 
Helen annuisce compiaciuta alle chiare spiegazioni degli ingegneri dell’immagine. 
Un getto di aria calda piega i lembi di formaggio che…

spuntano dal pane e una siringa colma di ketchup colora di rosso piccoli spazi vuoti. 
Con arte e sapienza l’imaging specialist dà qualche ritocco con i sui tools di photoshop, et voilà. Su un monitor, il confronto tra la foto del panino acquistato al ristorante e quella appena realizzata viene supportato da ogni spiegazione del caso.
Allora, la risposta alla domanda è: non c’è differenza, è solo questione di makeup. 
La storia è finita e non ci resta che salutare. 
Ci pensa Hope con un sempre bello… “Isabel, thank you so much for your question…” 
Ed è il caso di dire… e vissero tutti felici e contenti.


Complimenti al marketing di McDonald’s Canada, che con l’iniziativa Our Food. Your Questions crea un occasione di dialogo con i propri consumatori e non, ma soprattutto mette a disposizione sul web un canale integrato per stimolare, raccogliere e gestire feedback. L’azienda guarda ai recenti insuccessi sui social media (ricordate il fallimentare lancio su Twitter dell’hashtag #McDStories?)  e ne fa tesoro, creando un contesto più favorevole (controllato) per la gestione delle criticità legate alla comunicazione del suo spesso attaccato e criticato marchio. Una nuova best practice nei social media.
Goodbye and stay well!